La Scrivania Letteraria

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Scrittura libera

Sole, vento, cuore e brezza

Sole in cielo

vento nel cuore puro

brezza respira.

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Sole, vento, cuore e brezza. L’ebbrezza del cambiamento. Cambiare fa paura? No, siamo noi che abbiamo timore di noi stessi nel cambiamento. Una semplice frase e tutta la prospettiva cambia.

 

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Sentimenti e sensazioni

Mondi di un effimero

sentimento.

Abbracci che nascono da un

lamento.

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Sentimenti e sensazioni. Per giungere all’integrità bisogna ascoltare senza preconcetti, senza dubbi o remore. Ascoltare il mondo e noi stessi, che siano sentimenti o pensieri negativi questi non ci devono bloccare, bensì ascoltiamoli. Perché sono arrabbiata? Perché sono triste?

Domande a cui troviamo risposta con l’ascolto interiore. Non bisogna avere fretta per la risposta.

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I battiti del cuore

Misero cuore

che accenni al battito

del respiro.

Dolce cuore

gemi dei frutti del tuo candore.

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Come predetto

Per ogni giorno di vita

vogliamo conoscenza,

condivisione e

comprensione

che solo ad osservare,

vedo il tarlo che si svilupperà.

Dopo non potremo cogliere gigli

e rose,

perché terra sana più non rimarrà.

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Conduci i sorrisi

Conduci il mio cuore

lontano dagli affanni

e rendi i sorrisi

intimi e affini.

Che di dolore pensi

ogni giorno,

fino allo spirito,

bramo il ritorno.

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Lasciar fare

Trenta giorni sono passati e delle persone ho smesso di preoccuparmi.

Perché indugiare, quando poi si fanno comunque del male?

Perché stemperare e attendere, quando il loro tempo scocca e non ti rivolgono che uno sguardo irriverente?

Ballo leggiadra e sbeffeggio il destino avverso, mi cruccio di giusti problemi e amo di più gli spiriti sereni e sinceri. Inizio nuovamente a bearmi delle giornate e delle risate mordenti, perché il cielo non è tinto solo di violente nuvole ma anche di impeti allegri e mordenti.

 

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Sara e i burattinai dai fili di ferro

Sara ha ventinove anni, fa la commercialista, è la migliore del suo studio. Oltre al lavoro si dedica alla pittura e da un anno fa mostre in tutta Italia, dove riesce e dove può. Perché per lei non è così semplice farsi accettare, non per l’arte o per il carattere, ma perché è costretta ad avere a che fare con persone che, quando lei difende i suo ideali, i suoi meriti e il suo lavoro, la additano come acida, come aggressiva, come priva di capacità di giudizio e non riconoscono per niente la sua vita come piena e realizzata, bensì la vedono come se in ogni caso mancasse qualcosa.

Sara ha ventinove anni e ha molti amici. Pensava di potersi fidare dei loro giudizi, della loro voglia di crescere, di migliorarsi, di aiutare e supportare gli ideali di altre persone. Pensava che fossero persone brillanti e piene di energia e di forza di volontà, di buoni propositi per il loro futuro e il futuro delle prossime generazioni.

Sara pensava e rifletteva sui mille discorsi che affrontavano ad ogni loro incontro; erano lucidi, ben strutturati, basati sulla teoria, sulla pratica e sull’esperienza. Cosa volere di più se non comunicare e produrre assieme qualcosa di meraviglioso per loro stessi e per altri? Beh…un pomeriggio, Sara ha visto come sotto quelle belle parole, le domande interessate, le battute, le considerazioni e le discussioni proficue, si nascondesse lo stesso ipocrita volto che vedeva sempre troppo bene quando aveva a che fare con uomini d’affari, con acquirenti, venditori, colleghi e superiori. Il volto dell’infamia, il volto dell’ignoranza, il volto della cupidigia, il volto di coloro che, prendendo per universali e necessarie delle caratteristiche prive di qualsivoglia importanza nel metodo di giudizio morale e quotidiano di un individuo, screditavano, rendevano inferiori, minavano la dignità e l’integrità.

Sara se n’è accorta pienamente solo il giorno seguente, a seguito di uno scontro con un collega di lavoro. Ha preso il telefono, ha scorso la rubrica, ma non ha trovato nessuno che in quel momento potesse parlare con lei. Sara sapeva di non essere sola, sapeva che altre persone sentivano ed erano trattate in tal maniera, ma era anche conscia del fatto che molte persone, credendosi rispettose ed “evolute”, in realtà non si rendevano conto che anche loro erano come i mostri ignoranti che additavano.

Sara sa di essere circondata dai burattinai dai fili di ferro, prodotti da un perverso ideale di superiorità. Sara sa che per far arrugginire le corde con cui intessono i movimenti di persone poco lungimiranti, dovrà rovesciare su di essi cascate di acqua pura di conoscenza, di rispetto, di vivacità mentale, di autodeterminazione, di dignità ed empatia. Sara sa che l’acqua dovrà scorrere per secoli, imperterrita, non dovrà essere mai convogliata in una diga, non dovrà mai essere bloccata.

Sara si augura che ci siano altre migliaia di persone come lei mentre scrive sul suo diario dell’episodio che l’ha tanto scossa nell’animo e ha incrinato la fiducia nei confronti di coloro che credono di fare del bene, ma che in realtà nascondono e non sanno gestire il loro male, la loro malvagità ingiustificata.

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La collina dei libri del silenzio

Il villaggio era situato su una brulla collina, sovrastante i boschi e le pianure. Era la più alta della valle, sormontata dai tetti delle case e dalla torre da cui le campane risuonavano ogni ora. Ad ogni rintocco stormi di rondini volteggiavano nel cielo. Le vie erano lastricate di pietra nera e le case erano costruite in legno, i tetti di paglia e le porte in cristallo. La fontana della piazza era costruita in marmo bianco, cesellata dai mastri del paese e le acque splendide e allegre erano colorate da ninfee azzurre e bianche.

Le persone che abitavano il villaggio erano vestite di rosso, dalla prima all’ultima. Nemmeno la governatrice eludeva il rigido codice di abbigliamento, come tutte le altre regole del villaggio. All’alba, in ogni casa veniva acceso il camino e si mettevano su le pentole per il cibo, le famiglie si alzavano dai giacigli di foglie, si vestivano e uscivano per la strada, lasciando un solo componente in casa, a badare al fuoco. Una lunga e silenziosa marcia procedeva sulla via circolare, la principale nel villaggio, costruita intorno alle basse mura in pietra. Dopo di ché tutti tornavano nelle case, si cambiavano d’abito e indossavano gli indumenti da lavoro. Imbracciavano poi gli attrezzi e uscivano per andare nei boschi e nelle pianure. Per tutto il giorno nessuno poteva mangiare se non quello che trovava nel luogo in cui stava lavorando e solo alla sera, una volta tornate nelle case, le persone potevano mangiare sedute al tavolo, in silenzio. La sera era dedita alla lettura dei libri scritti e stampati nella tipografia del paese. La scrittura era l’unica arte promossa nella comunità e tutti leggevano, come ognuno di loro, ad ogni ora e rintocco delle campane, si fermava, apriva le braccia al cielo e poi restava accovacciato per dieci lunghi respiri, in qualsiasi luogo si trovasse.

Le persone potevano allontanarsi dal villaggio solo nella misura in cui sarebbero riuscite a udire le campane. Chi non lavorava nelle campagne e non raccoglieva nei boschi i frutti della terra, si adoperava nella cura del villaggio, oppure lavorava nella tipografia, nei forni per la panificazione, nel mulino, nella sorgente d’acqua e nelle altre strutture di produzione per il sostentamento di tutti gli abitanti.

Ogni rottura, ogni segno del tempo, tutto quello che non era nei piani della governatrice, veniva riportato sulla via del piano originario all’interno del villaggio.

La porta della casa vicino all’ingresso al villaggio venne spalancata dal braccio di una ragazza. Lei sarebbe dovuta andare alla tipografia, ma non lo aveva fatto quel giorno. Era vestita di blu, i capelli, di solito lunghi oltre le spalle per ogni componente del villaggio, erano corti e tra le mani teneva un libro.

La via non era vuota, ma nessuna persona che incontrò sul suo cammino fino alla piazza la fermò, attonita e intimorita. Salì sul bordo in marmo della fontana, i piedi nudi. Guardò il libro un’ultima volta e poi lo gettò in acqua.

Qualcuno dietro di lei gridò.

Il suo atto sarebbe stato punito con la morte.

L’avrebbero catturata?

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Il ritorno quotidiano

Marco aprì la porta con estrema lentezza e la richiuse in altrettanta maniera. La sacca, per gli indumenti da usare in palestra, cadde a terra con un tonfo. Sentii il fiocco delle scarpe sciogliersi e vennero lanciate a caso sul tappeto dell’ingresso. Odiavo il suo disordine, ma lo amavo con altrettanta intensità.

– Ciao-, esclamai dallo studio. Le ricerche mi stavano sfinendo e le mie giornate erano incorniciate dai waffles e dal caffè.

– Ti fai un bicchiere? -, esclamò saltando i convenevoli.

– Sto bene anch’io, grazie-, ribattei sarcastica.

Sentii la sua risata. Arrivò con due calici di rosso. Li poggiò accanto alla catasta di libri aperti, dalle pagine segnate da bigliettini e appunti. – Come sta andando?-. Bevvi un lungo sorso di vino. Marco aveva buon gusto. – Tra un mese dovrò consegnare la prima ricerca e tra due mesi, più o meno, la seconda. Sono già in panico-.

– Catastrofica come al solito. Goditi il vino con me, sul divano. Solo mezz’ora-.

– Va bene-, risposi falsamente sconsolata.

– So che ti piace ogni mio ritorno-.

– Per questo sono altrettanto compiaciuta quando vai via. So che ritornerai, berremo assieme un calice di vino, godremo dei nostri abbracci e poi condivideremo la notte-.

 

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Fare

Fare fa paura?

Sì.

Manca l’aria e ti senti alle strette.

Inizi.

Una, due, tre cose.

Fatte.

Inizi a vivere.